Il Teatro Sistina saluta RITA SALA spettatrice preziosa, critica appassionata, sostenitrice irripetibile e soprattuto grande amica dell’arte, del teatro, della musica. Riportiamo le parole del Blog di Riccardo De Palo su Messaggero.it di domenica 27 marzo:

Addio a Rita Sala, amica e collega indimenticabile

Ci sono notizie che nessun giornalista vorrebbe mai dare. Ma scrivere della morte di Rita Sala è molto peggio: è come ammettere che, in tutti gli anni che verranno, non ci saranno più squarci di sereno, momenti di sole. Risulta impossibile credere che sia veramente avvenuto, accettare – come nella mitologia greca da lei tanto amata – che il dio del tempo divori i suoi figli. Rita aveva uno sguardo che poteva fulminarti con un’occhiata, o trascinarti con il fuoco delle sue passioni, nel vasto mare delle cose che la incuriosivano. Non sopportava la mediocrità e, soprattutto negli ultimi anni, avvertiva lo sgretolarsi di un mestiere per cui aveva dato la vita. Percepiva il declino della lingua, del rispetto per l’arte dello scrivere. Non sopportava la mediocrità, la falsità. Così come non amava gli smartphone, gli smanettoni della cultura: se doveva trovare conferma di una nozione, si affidava alla sua memoria, e guardava con sospetto chi cercava conforto in una ricerca di Google o – non sia mai – in un tweet. Eppure non disprezzava la tecnologia, anzi: amava la scienza che ne era all’origine, che vedeva come il tramite per qualcosa di più elevato, di più grande.  Ma lo avvertivi chiaramente: il web per lei era qualcosa di inconsistente, di effimero. Solo la parola scritta, che trovavi stampata, serializzata, riprodotta, aveva il potere di ergersi come uno strumento duraturo, capace di imporsi su tutto e su tutti. Aveva una mente brillante, sempre lucida, anche quando la salute cominciava ad abbandonarla, e restava testardamente abbarbicata alla sua scrivania, come se fosse stato – il posto di lavoro – il relitto di una nave in tempesta, l‘ultimo avamposto prima del deserto dei tartari. Stava seduta, dritta, malgrado il dolore e la stanchezza, e la vedevi cesellare ogni frase, ogni parola, fino a trovare quel suo stile inconfondibile, che pareva scolpito nella pietra. Impossibile dissuaderla, costringerla al riposo. Quando scriveva di autori che aveva amato e conosciuto, era come se arrivasse a uguagliarne la grandezza. Parlava con ammirazione di Umberto Eco, suo maestro all’Università, di Franco Cardini, di Perez Reverte, di Zeffirelli. E proprio a Eco  ha dedicato un ultimo, breve articolo pieno di commozione, dal suo letto d’ospedale, il giorno in cui l’autore de “Il nome della rosa” era venuto a mancare. Si infervorava ogni volta che scorgeva una ingiustizia,  una causa per cui battersi. Ed era quasi impossibile contraddirla, presa com’era da quel fuoco interno che pareva (e purtroppo non era)  inestinguibile. Rita sapeva rendere indimenticabile ogni cosa che toccava. Che fosse uno spettacolo teatrale, un romanzo che gli era piaciuto, il ritratto di un personaggio che aveva ammirato. Tutto diventava altro da sé, diventava prossimo alle altezze della letteratura. Alla fine è lei ad essere risultata, per tutti noi del Messaggero, un’amica, una collega indimenticabile. Senza di lei siamo tutti più soli.
Che la terra ti sia finalmente lieve. Non ci sarà mai più nessuno come te.

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